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Droga, le comunità messe ai margini «Non sia una Conferenza passerella»

Non hanno camici bianchi e terapie intensive da riempire, le migliaia di operatori che lavorano ogni giorno coi “drogati”. La pandemia delle dipendenze – fosse solo la droga, ma c’è l’azzardo, l’alcol, il cibo, lo smartphone – si combatte a mani nude nei servizi pubblici stremati da anni di disinvestimento e nelle comunità che fanno i salti mortali per chiudere i bilanci in attivo. Una prima linea dimenticata, o meglio rimossa: perché di droga si parla di continuo sui giornali e nei salotti televisivi, la droga provoca gli incidenti stradali, la droga entra nelle risse e nei bullismi, la droga stritola i quartieri di periferia e i ragazzi spezzati dal lockdown. Ma i “drogati” e chi li cura no, non si sa che cosa siano. Nella carne di quel Paese, tra chi ai drogati dà un nome e un cognome prima di provare a salvarli (un esercito di 125mila ragazzi nei Serd ogni anno, quasi 30mila nelle comunità terapeutiche), la convocazione della Conferenza sulle dipendenze in programma il prossimo weekend a Genova ha rappresentato un punto di svolta. Perché da 12 anni questo mondo invisibile, che allo Stato si è sostituito, aspettava un confronto (da così tanto la Conferenza non veniva convocata). E perché senza un confronto approfondito, partecipato e non ideologizzato la pandemia delle dipendenze può finire per travolgerci. «Peccato che, nonostante le migliori premesse, questo confronto alla fine rischi di non esserci affatto» spiega Luciano Squillaci, presidente della Federazione delle comunità terapeutiche (Fict), la rete che da sola si fa carico di un terzo dei tossicodipendenti inviati nelle strutture del privato sociale. La sorpresa dei servizi, in effetti, è stata quella – nonostante un lavoro condiviso per mesi ai ben 7 tavoli preparatori convocati dal ministero delle Politiche giovanili con delega sulle dipendenze, presieduto da Fabiana Dadone – di trovarsi esclusi dal dibattito della due giorni genovese. «Una lunga lista di nomi di ministri e di esperti – continua Squillaci – in cui il mondo dei servizi non compare mai, cioè proprio quel mondo da cui sono partite le proposte e le idee che la politica poi dovrebbe articolare in proposte di riforma e di legge dopo la Conferenza». «Nessuno di noi, peraltro, voleva indossare medagliette o accaparrarsi una sedia per avere visibilità» precisa Franz Vismara da San Patrignano, che d’Italia (e d’Europa) è la comunità più grande coi suoi mille ragazzi ospitati ogni anno. Anche loro assenti, se non come uditori, «nonostante il nostro lavoro sia stato parte integrante dei tavoli preparatori. Un fatto quanto meno anomalo».

Il risultato? «Potrebbe diventare una Conferenza passerella – concordano le comunità – in cui temiamo possano essere anche inghiottite le questioni di contenuto fondamentali che il mondo dei servizi ha messo in evidenza negli ultimi anni». A cominciare dalla revisione organica del Testo unico 309/90 – la legge che si occupa di dipendenze in Italia e che è stata scritta trent’anni fa – con l’obiettivo di prevedere, in relazione allo specifico del percorso riabilitativo, un approccio di “processo” capace di una visione realmente globale della presa in carico della persona, di percorsi terapeutici che siano finalmente omogenei in tutte le Regioni (oggi tariffe e trattamenti variano da Nord a Sud) e che tenga conto dell’intero mondo delle dipendenze e non solo di quelle da sostanze (nel Testo unico le nuove dipendenze non esistono). Centrale, per la Fict, l’applicazione dello strumento del “budget di salute”, cioè di un progetto individuale integrato – sul modello di quelli sperimentati nel mondo della disabilità – che si avvii con presa in carico e diagnosi iniziale e termini con il reinserimento lavorativo e sociale. «Ma è fondamentale anche che venga rifinanziato il Fondo nazionale per le dipendenze – insiste

Biagio Sciortino, presidente di Intercear –, che ci siano risorse per rimettere in moto la ricerca oltre che i progetti e la prevenzione». Le comunità chiedono attenzione al mondo dei giovani attraverso messaggi educativi chiari ed azioni di sistema e che proprio la prevenzione torni ad effettuarsi attraverso percorsi educativi strutturati e duraturi. «Soprattutto, rifiutiamo qualunque approccio che voglia affermare la normalizzazione nell’uso di sostanze – aggiunge ancora Squillaci della Fict – : riteniamo inaccettabile, per esempio, un modello dove la riduzione del danno e la limitazione del rischio siano centrali e fini a se stessi, come, purtroppo, sembra emergere con forza da tutti i documenti di sintesi della Conferenza». Il riferimento è alla centralità che nel programma di Genova hanno le esperienze “di strada” volte a ridurre le conseguenze negative sulla salute dell’uso di droghe: sportelli di consulenza dove ai ragazzi – solitamente nei parchi, nelle piazze o ai rave party – viene spiegato quali rischi corrono assumendo determinate sostanze, accompagnandoli per così dire nell’uso, ma dove non viene fatta necessariamente prevenzione. «Si può e spesso si deve cominciare da lì, ma l’obiettivo deve essere sempre il recupero della persona». Altrimenti i servizi e le comunità non servono più a niente (e non costano, neanche, più niente). Ma poi, i figli drogati d’Italia, chi li salva?

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Ragazzi, famiglie e operatori nel grande salone della comunità di San Patrignano

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