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LA DEMOCRAZIA SI IMPARA

GIORGIO

VITTADINI

Il mandato dei corpi intermedi

La difficoltà di governare l’Italia non dipende solo dagli assetti istituzionali o dalla forza dell’esecutivo. Essa nasce soprattutto dalla debolezza culturale dei partiti che non ha permesso loro di contrastare altre logiche di potere estranee alla politica e al bene comune. Che cosa è successo alla politica italiana? Le crisi degli ultimi decenni sono maturate quasi sempre da contrasti all’interno delle maggioranze. E questo è il segno dell’assenza di un programma condiviso prima ancora che di una questione numerica.

La democrazia resta il sistema “imperfetto più perfetto” per una vita civile e per garantire le libertà fondamentali delle persone. Ma occorrono diversi criteri per salvaguardarla: un processo elettorale e il pluralismo; il funzionamento del governo; la partecipazione politica; la cultura politica; il rispetto delle libertà fondamentali. Le urne non bastano a garantire la democrazia. Lo abbiamo visto in alcuni contesti internazionali, dall’Iraq all’Afghanistan si è pensato che fosse sufficiente esportare il modo di votare per creare istituzioni democratiche. È stato il più grave errore di una visione neoimperialista.

I partiti devono essere legati strettamente ai territori dove operano e dialogano anche con i movimenti culturali, con i sindacati, con le diverse associazioni presenti. Non sono solo strumenti di rappresentanza ma anche luoghi di formazione. Il rapporto tra società e istituzioni deve favorire l’elaborazione di idee, la costruzione del consenso e la selezione di una classe dirigente radicata nella realtà.

Il modello bipolare importato dal mondo anglosassone ha favorito la personalizzazione della politica e la formazione di partiti autoreferenziali, privi di una reale vita interna.

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laDalla prima pagina

I congressi sono diventati una “chimera”, il dibattito culturale si è inaridito, la partecipazione si è ridotta in modo inquietante. La politica ha progressivamente perso il contatto con quella società che ne deve alimentare idee e competenze.

In questo modo il Parlamento ha lentamente e inesorabilmente perso la sua centralità. Ma una vera democrazia vive solo con un Parlamento autorevole, composto da persone che conoscono “l’arte del possibile”, capaci di discutere, di mediare e costruire sintesi e non semplicemente ratificare decisioni prese altrove. Riforme importanti per la vita del Paese devono essere elaborate dalle commissioni parlamentari attraverso un confronto tra maggioranza e opposizione. Attualmente prevale una contrapposizione radicale permanente che rende sempre più problematico affrontare le questioni che il Paese si trova di fronte.

Ma nel contempo è indispensabile una nuova alleanza tra tutte le realtà sociali per elaborare proposte comuni sui grandi problemi del Paese: sanità, istruzione, welfare, lavoro, e il cosiddetto “inverno demografico”. La politica ha bisogno di tornare ad ascoltare una società capace di costruire esperienze e non soltanto di esprimere rivendicazioni. È la vitalità della società civile che consolida e fa crescere la democrazia.

La differenza in una democrazia la fanno le persone, la loro educazione, la loro capacità di partecipare alla vita pubblica. Certamente informandosi, confrontandosi, esprimendo la propria opinione nelle diverse forme permesse oggi dagli strumenti digitali, ma soprattutto partecipando all’attività dei cosiddetti corpi intermedi: associazioni, cooperative, partiti, sindacati, scuole, perché solo in luoghi concreti, operativi è possibile costruire quella responsabilità personale senza la quale la democrazia si riduce a una procedura formale.

In definitiva, la democrazia vive se esistono comunità pensanti ed educative. Ogni persona ha dentro di sé desideri di bene, di verità, di giustizia. Ma tale desiderio non cresce spontaneamente: ha bisogno di luoghi, relazioni, esperienze che lo accompagnino. L’educazione è uno dei fondamenti della vita democratica. Senza cittadini consapevoli e coinvolti nella vita sociale, ogni istituzione rischia di diventare vuota e il potere si concentra inevitabilmente nelle mani di pochi.

Per questa ragione è giusto ritenere che il primo compito dei corpi intermedi sia quello di ritornare a educare. Questo significa accompagnare le persone, soprattutto i giovani, a diventare protagonisti della vita sociale. Deve essere un lavoro paziente, graduale, quotidiano, spesso invisibile ma decisivo. Solo delle “comunità vive” possono formare cittadini liberi.

Giorgio Vittadini

Presidente Fondazione per la Sussidiarietà

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