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La “fenomenologia dell’estraneo”, eredità di Waldenfels

FERDINANDO G.

MENGA

Il 23 gennaio, all’età di 91 anni, ci ha lasciati Bernhard Waldenfels, uno degli ultimi grandi maestri del pensiero fenomenologico – scuola filosofica che, lungo la traiettoria della cultura contemporanea, collegando idealmente Husserl a Derrida, è stata popolata da figure centrali quali Heidegger, Arendt, Levinas e Ricoeur (giusto per citarne alcune). Della sua opera è doveroso richiamare, qui, l’indubbia originalità. In particolar modo, a Waldenfels è riuscito di mettere in rilievo, con rigore e vigore, il tenore radicale dell’esperienza. Tenore accessibile però – seguendo il suo suggerimento – solo grazie a un peculiare gesto di ribaltamento di prospettiva rispetto a quella abituale. Siamo infatti soliti pensare – spinti da una tradizione filosofica predominante – che il punto davvero nevralgico di ogni nostro vissuto sia prevalentemente riconducibile a quanto si manifesta nel registro della presenza a sé, del consapevole agire e vigile intendere. Insomma, tutte declinazioni, in cui, in ultima analisi, l’esperienza si mostra nel suo aspetto di signoria e il soggetto coinvolto domina la scena nella sua veste di attore prestazionale che si esprime al nominativo (“io posso”, “io attuo”, “io sono responsabile”). Parimenti, la topologia di pensiero che si addice a una visione del genere si rivela quella di un collocarsi al cuore dell’esperienza, nel suo spettro di piena visibilità, nel suo nucleo di autoreferenzialità.

Waldenfels, invece, ci spiazza: il rovesciamento che ha costantemente operato e incita a perseguire è quello di assumere i lineamenti strutturali dell’esperienza non tanto da ciò che in essa si offre direttamente o vi si mostra in modo “chiaro e distinto”, e neppure da ciò che in questa si coglie posizionandosi al suo centro. Piuttosto, c’è da porre attenzione e ascolto a ciò che in essa si sottrae e si rivela indirettamente, a quanto si agita nei suoi luoghi di penombra, a ciò che affiora stazionando lungo i suoi confini. Comprendere l’esperienza nella sua radicalità impone, in altri termini, secondo Waldenfels, non una filosofia del proprio, ma l’esercizio di una fenomenologia dell’estraneo. Fenomenologia, questa, che però – si badi bene – non è tesa affatto ad assecondare mere inclinazioni per l’esoterico e l’inusitato, quanto piuttosto a rispondere all’esigenza di restare fedeli alla concretezza stessa dell’esistenza umana e delle sue genuine organizzazioni di senso.

Attraverso il suo incessante dialogo soprattutto con le grandi figure della fenomenologia francese, di cui è stato uno dei maggiori promotori in Germania, la fenomenologia dell’estraneo di Waldenfels si articola anzitutto attraverso il motivo del pathos. Nella sua declinazione patica, il primato dell’estraneità ci dice fondamentalmente questo: vuoi nella sua dimensione individuale, quanto in quella collettiva o istituzionale, ogni ordine dell’esperienza non si fonda mai da se stesso e neppure si rivela risultato di un esercizio svolto in piena signoria e autoreferenzialità. Ogni ordine del sé si produce, piuttosto, attraverso un irriducibile confronto con un’alterità primordiale che lo anticipa e gli sfugge, connotandone così il tratto di strutturale passività, limitatezza e apertura. La densità concreta di questo anteporsi del pathos e dell’alterità – che richiama, qui, chiari motivi non solo levinassiani e derridiani, ma anche freudiani – Waldenfels la intercetta e articola rinviando a momenti chiave dell’esperienza, in cui è esattamente la sottrazione e l’esposizione ad albergare nel cuore del sé. Si veda, ad esempio, l’evento della nascita, che contraddistingue sì il momento per noi costitutivo e che, ciononostante, tutti esperiamo letteralmente “per sentito dire” e solo come un “passato che non è stato mai presente”. È il caso, altresì, di quanto noi chiamiamo curiosamente “nome proprio” e che, invero, ci è stato donato da altri. Per non parlare poi della relazione col nostro corpo: vissuto massimamente intimo, eppure luogo emblematico d’irriducibile sottrazione a noi stessi. Vera e propria esperienza d’estraneità in casa propria, insomma, di cui mai possiamo liberarci e che viviamo accentuatamente tanto nei casi di fatica o dolore, quanto in gratificanti frangenti di prestazioni sportive e artistiche: casi di spossessamento o sorpresa, questi, che, a ben vedere, non avrebbero alcuna rilevanza esistenziale, si trattasse semplicemente di orpelli o eccessi domabili sotto sicura signoria. Non solo, però, l’esperienza individuale: anche quella politica suggerisce il fallimento di una signoria primordiale, mettendo in scena l’intervento di un’estraneità radicale che si intrufola con la sua dose patica. Esempio magnifico, in tal senso, è rappresentato proprio dal dispositivo della fondazione di ogni compagine collettiva, il quale, a rigore, si rivelerebbe superfluo se ogni Noi autopossedesse il proprio nucleo identitario fin dall’inizio. L’intervento di queste e altre forme d’estraneazione che costella l’esperienza e che, di pari, ha sollecitato la ricerca riccamente interdisciplinare di Waldenfels, ci conduce al secondo grande motivo della sua fenomenologia: come parlare adeguatamente dell’estraneo se questo è, a rigore, fenomeno d’originaria sottrazione, che interdice ogni possesso e tematizzazione? Qui ci si para di fronte un’alternativa fallimentare: o rendiamo presente l’estraneo e ne tradiamo la distintiva ritrosia, sì da assecondare l’esigenza di farne oggetto di discorso; oppure, in ossequio al suo primordiale carattere di sottrazione, restiamo in silenzio, rinunciando così a ogni possibile dicibilità. Il contributo straordinariamente originale di Waldenfels è stato quello di offrire una via d’uscita a tale impasse tra scienza e mistica dell’estraneo. Esiste infatti una terza forma discorsiva rispettosa del suo tratto: è la responsività, ci avverte Waldenfels. Rispondere implica, in effetti, non un parlare che prende le mosse da noi stessi e si pronuncia (imponendosi) sull’estraneo. Rispondere, invece, implica expressis verbis un “cominciare altrove”: un parlare, cioè, provocato e testimoniale, che, proprio partendo dall’estraneo – ovvero dal suo medesimo appello –, lo lascia essere nella sua radicalità nel mentre stesso ne rilascia traccia.

Alla luce di una tale logica responsiva, che implica un prendere le mosse dalla sollecitazione di un pathos, che coglie alla sprovvista ed è pertanto inanticipabile, ci troviamo, così, di fronte senz’altro a una possibilità di discorso dell’estraneo, ma, nondimeno, orfani tanto dell’attingibilità a una “parola prima”, quanto, di rimbalzo, della raggiungibilità di una “parola ultima”. Sospesi, invece, tra l’interdizione di verità presupposte e verità da conquistare storicamente sugli ordini dell’esperienza, restiamo, in quanto esseri responsivi, nella perenne dinamica di un “interregno del dialogo” limitato e rivedibile. Ma non per questo povero, svilente e relativistico. Al contrario, ricco, relazionale e pieno di “appassionanti” provocazioni. Dialogo di cui, oggi più che mai, vi sarebbe un gran bisogno: non un monolitico e pretenzioso dire (su)gli altri, ma in cui ci diciamo agli altri e veniamo detti dagli altri.

Alle studiose e agli studiosi che vogliono accostarsi al pensiero di Waldenfels, segnalo l’accessibilità di tutta la documentazione del suo lungo e intenso lavoro presso l’archivio a lui intitolato all’Università di Friburgo. A chi, invece, come il sottoscritto, ha avuto la fortuna di esserne stato allievo, ricevendone le molteplici sollecitazioni, resta il doveroso gesto di unirsi in coro a un’inadeguata “risposta” ricolma di gratitudine: addio professor Waldenfels, impareggiabile maestro.

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