Disarmare: è l’unica parola Usiamola, finché c’è tempo
ENZO
ROMEO *
La pace non si fonda sulla deterrenza armata, sulla paura o sulla sopraffazione del nemico, ma sulla forza interiore della nonviolenza.
Su questa linea si muove il pontificato di Leone XIV
Disarmare: questo verbo è parola- chiave del pontificato di Leone XIV. Un concetto espresso fin dal discorso di insediamento e ripreso nel messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2026. La pace non si fonda sulla deterrenza armata, sulla paura o sulla sopraffazione del nemico, ma sulla forza interiore della nonviolenza.
Siamo tutti coinvolti, perché non ci sono soltanto i conflitti tra popoli e nazioni, ma pure quelli personali che si manifestano nei nostri quartieri, nel vicinato, sui luoghi di lavoro, perfino (e quante volte accade!) in famiglia. Come non menzionare i femminicidi e le violenze di genere, gli abusi sui più piccoli, la criminalità giovanile, la deriva delle dipendenze, gli effetti dell’emarginazione?
Nessuno è escluso dalla responsabilità di disarmare l’odio per fare spazio alla concordia sociale, tanto meno noi operatori dei mass media. Non per nulla il Papa ha invitato a un disarmo delle parole, rifiutando i toni aggressivi e la retorica bellicosa che caratterizzano la comunicazione, specie sui social. Il pressing di Leone XIV è a tutto campo. Incalza i grandi della Terra, tentati dal vestire i panni di “uomini forti”, ma incapaci in realtà di affrontare con pragmatismo le gravi crisi di questo tempo. Segnala la «debolezza del multilateralismo» e denuncia che alla diplomazia del dialogo e del consenso di tutti si va sostituendo «una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati». Lo ha detto nel discorso di inizio anno al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, aggiungendo che «la guerra è tornata di moda» e che si ricerca più la pace «mediante le armi, quale condizione per l’affermazione di un proprio dominio», compromettendo così lo Stato di diritto, base di ogni pacifica convivenza civile. Una preoccupazione ribadita in tutti i viaggi apostolici fin qui compiuti e che sicuramente emergerà anche nella prossima visita pastorale in Francia e in quella di novembre in America Latina.
La missione compiuta a Mosca dal segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, è indicativa della posizione della Chiesa, che sempre intende lasciare aperti canali di confronto, tanto più quando quattro anni e mezzo di guerra hanno reso evidenti gli effetti di distruzione e morte provocati dal muro contro muro russo-ucraino. «Siamo convinti – ha affermato Gallagher – che isolare le persone e i Paesi non aiuti la pace; nel mondo di oggi nessuno può risolvere qualcosa da solo: sia la Russia, sia l’Ucraina hanno bisogno della comunità internazionale e noi siamo disponibili ad aiutare in qualsiasi modo il processo di riconciliazione». Similare la posizione nello scacchiere mediorientale, dove Leone XIV, mentre denuncia le condizioni inumane a Gaza e gli abusi contro i palestinesi nei Territori, ripete che l’unica soluzione è quella di «due popoli, due Stati». Sulla guerra Usa-Iran il Pontefice americano non ha indugiato a condannare come violazioni del diritto internazionale e della morale gli attacchi alle infrastrutture civili decisi dalla Casa Bianca, attirandosi gli strali del presidente Donald Trump. Fin dall’inizio dell’escalation, ha ribadito che la pace non si costruisce con le armi e le minacce reciproche, esortando a interrompere i bombardamenti e a proteggere i civili, in particolare bambini e anziani.
Contemporaneamente il Papa parla alle coscienze, specie quelle dei credenti cristiani, e lo fa nelle più diverse circostanze. «Abbiamo tanto bisogno di vita, di speranza, di serenità, di pace, in noi stessi, nelle nostre città, tra i popoli e le nazioni», ha detto il 29 agosto durante la Messa per la festa della Madonna del Lago, a Castel Gandolfo. Le sue parole sono un monito: «Non illudiamoci, l’odio e la violenza non portano nulla di buono, ma solo distruzione e morte, sempre, anche quando sono risposta a ingiustizie subite». È un’evidenza che possiamo constatare ogni giorno, «dal piccolo del nostro vissuto domestico alla grande scena del mondo». Questo deve spronarci affinché, «qualunque sia la ferita, qualunque l’offesa», non permettiamo al male «di sfigurare la nostra umanità e di corromperci nel cuore».
Se c’è una battaglia che val la pena combattere è per la salvaguardia del pianeta. Su questo punto Leone XIV è perfettamente in linea col predecessore Francesco. Peraltro, pace e ambiente sono strettamente legati, come si evince dal motto della Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato: « Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci » . Il versetto di Isaia (2,4) ci ricorda che se le enormi spese destinate agli armamenti fossero reindirizzate a interventi per fermare i cambiamenti climatici, la nostra umanità potrebbe immaginare un futuro diverso e la natura non offrirebbe spettacoli terrificanti come la mega-frana fra Nepal e Tibet provocata dallo scioglimento dei ghiacciai. La guerra, ha scritto Leone XIV, «lascia dietro di sé una distruzione sociale ed ecologica che dura per generazioni».
L’interazione tra lotte armate e degrado ambientale crea un circolo vizioso che distrugge gli ecosistemi del pianeta, contamina aria e acqua e mina la sicurezza alimentare, accentuando povertà e disuguaglianze e innestando, perciò, nuove tensioni e conflitti.
Disarmiamoci: è l’unica parola giusta finché siamo in tempo.
* già vaticanista del Tg2, ora è direttore di Dialoghi, il trimestrale culturale dell’Azione cattolica italiana

Lampedusa (Agrigento), 4 luglio 2026. Papa Leone XIV in visita pastorale mentre sosta alla “Porta d’Europa” / Romano Siciliani