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«I potenti che iniziano le guerre ne dovranno rispondere a Dio»

GIACOMO

GAMBASSI

Nella prima Stazione l’appello ai governanti perché scelgano «fra vendetta e riconciliazione» e fra educare alla violenza o alla pace. Nell’ottava, il no a «politiche senza compassione».

In mattinata le telefonate con Herzog e Zelensky

Roma

Il passo è sostenuto. La presa salda, con le mani che stringono la croce. Lo sguardo concentrato. Leone XIV si muove fra le pietre del Colosseo per oltre un’ora: la durata complessiva della sua prima Via Crucis, in cui sceglie di portare la croce per tutte e quattordici le Stazioni. Troppo semplicistica la lettura secondo cui dietro la decisione del Papa c’è l’età, settant’anni, ma anche la sua forma fisica temprata dallo sport. Bisogna arrivare alla Stazione della prima caduta di Cristo per intuirne le intenzioni. Fra le vestigia romane lo speaker dà del “tu” al Signore per ricordare che sulla Via Dolorosa, «giunto al termine della tua missione, portavi sulle spalle il peso dell’umanità intera». Parole che possono essere prese a prestito per Leone XIV: nel giorno della Passione il Papa si fa carico anche fisicamente dei dolori del mondo e, al tempo stesso, delle attese.

Attese di pace, anzitutto. Come dice il doppio gesto che apre il suo Venerdì Santo: le telefonate con i presidenti di due Stati in guerra, Ucraina e Israele. L’occasione è rappresentata dagli auguri di Pasqua, spiega la Sala Stampa vaticana. A Volodymyr Zelensky il Papa ribadisce la « vicinanza al popolo ucraino» e soprattutto rinnova «l’auspicio che, con l’impegno e il concorso della comunità internazionale, si possa giungere quanto prima alla cessazione delle ostilità». Leone XIV è consapevole di quanto difficile sia la «situazione umanitaria» dopo quattro anni di aggressione russa. E torna sull’«urgenza di assicurare gli aiuti necessari alla popolazione» e sugli «sforzi volti a favorire iniziative di carattere umanitario, specialmente per quanto riguarda la liberazione dei prigionieri». È la diplomazia “dal basso” della Santa Sede che tiene aperto il canale fra Kiev e Mosca su detenuti di guerra, bambini portati in Russia e rimpatrio delle salme. La telefonata avviene mentre «i russi hanno attaccato di nuovo l’Ucraina», fa sapere Zelensky sui social. E accusa: «Questa è la risposta alla nostra proposta di cessate il fuoco per Pasqua». Il leader ucraino riferisce di aver espresso «gratitudine per il sostegno nel ritorno dei bambini rapiti e per tutti gli aiuti che il Vaticano ha fornito al nostro popolo », ma anche di aver rinnovato l’invito ad «accogliere Sua Santità in Ucraina per una visita apostolica».

A stretto giro la telefonata con il presidente dello Stato ebraico, Isaac Herzog, con cui il Papa continua ad avere una interlocuzione costante. Nella conversazione, spiega la nota vaticana, il monito del Pontefice sulla «necessità di riaprire tutti i possibili canali di dialogo diplomatico, per porre fine al grave conflitto in corso, in vista di una pace giusta e duratura in tutto il Medio Oriente». E il richiamo sull’«importanza di proteggere la popolazione civile e di promuovere il rispetto del diritto internazionale e umanitario». Questioni su cui Israele è nel mirino. E, infatti, il resoconto di Herzog è differente. «Ho ricordato al Papa i recenti attacchi missilistici iraniani su Gerusalemme che hanno colpito i luoghi santi», comunica. Aggiunge che il popolo iraniano «merita un futuro migliore» per giustificare l’escalation contro Teheran. Ribadisce che Israele vuole in Libano la «sicurezza delle comunità cristiane su entrambi i lati del confine» benché i villaggi cristiani del sud abbiano visto decine di civili uccisi. Definisce di «grande importanza» il rapporto tra Israele e Santa Sede » che sono uniti dalla «speranza di un futuro più pacifico». Proprio le ferite della guerra fanno da comune denominatore alla Via Crucis. Scelta voluta da Leone XIV che ha affidato le meditazioni a padre Francesco Patton, il frate minore francescano che è stato custode di Terra Santa fino allo scorso anno. Trentamila fedeli abbracciano in silenzio, con le candele in mano, il Pontefice che torna all’Anfiteatro Flavio nella serata del Venerdì Santo dopo quattro anni di assenza: erano stati quelli in cui papa Francesco aveva rinunciato a essere presente per ragioni di salute. E il mondo segue in tv Leone XIV mentre le immagini in diretta si alternano ai dipinti dell’artista contemporaneo toscano Venturino Venturi. Già nella prima Stazione viene chiamato in causa chi ha in mano le sorti del mondo: «Ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla ». Scelte fra bene e male. L’ottava Stazione, quella dell’incontro con le donne, si fa “pulpito” per denunciare «i massacri e i genocidi» insieme con il «cinismo dei prepotenti», ma anche per ricordare i «figli portati via e incarcerati durante una manifestazione, deportati da politiche prive di compassione, naufragati in disperati viaggi della speranza, falcidiati nelle zone di guerra, annientati nei campi di sterminio ». Nella decima Stazione, in cui Gesù è spogliato delle vesti, si condannano i «tentativi» di privare l’uomo della sua dignità: tentativi praticati dai «regimi autoritari quando costringono i prigionieri a rimanere seminudi in una cella spoglia»; dai «torturatori che non si limitano a strappare le vesti, ma strappano anche le carni»; da «stupratori e abusatori che trattano le vittime come cose»; dal «mondo dell’informazione quando denuda le persone davanti all’opinione pubblica»; ma anche da «noi con la nostra curiosità che non rispetta né il pudore, né l’intimità, né la riservatezza degli altri».

L’eco dei conflitti torna nella tredicesima Stazione, quella di Gesù deposto dalla croce, quando si fa riferimento ai «cadaveri non restituiti e insepolti», ai «familiari degli ostaggi», ai «morti sotto le macerie». E l’incontro con la Madonna, nella quarta Stazione, evoca le «madri che ancora oggi vedono i propri figli arrestati, torturati, condannati, uccisi», ma anche «i migranti, gli sfollati e i rifugiati». Nella Via Crucis entrano, poi, le «donne vittime di tratta e ridotte in schiavitù», i «bambini ai quali è stata rubata l’infanzia», quanti cadono «nella depressione », coloro che sono «risucchiati da una dipendenza». Ma anche i segni di speranza fra i “crocifissi della storia”: dai «volontari che in situazioni estreme rischiano la vita per soccorrere chi ha bisogno di cibo, di istruzione, di cure mediche», alle donne: perché «dove c’è una sofferenza o un bisogno, le donne ci sono». Nel libretto di Patton i testi dei Vangeli sono accompagnati dalla voce profetica di Francesco d’Assisi di cui ricorrono gli 800 anni della morte. Non è un caso che la preghiera finale recitata dal Papa sia del Poverello: «Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto».

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Leone XIV presiede la Via Crucis al Colosseo. Il Papa ha portato la croce per tutte le 14 Stazioni. Trentamila i fedeli presenti / Reuters

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