SHARE Share Button Share Button SHARE

Suicidio assistito, anche il Veneto cede Moraglia: ferita la vicinanza umana

FRANCESCO

DAL MAS

Venezia

Il Veneto è la quarta Regione ad approvare una legge sul fine vita (la prima di centrodestra). Un fatto davanti al quale esprime subito «amarezza e preoccupazione» il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, che è anche presidente della Conferenza episcopale del Triveneto. Il Consiglio regionale, dopo due giorni di discussione, l’ha varata con 32 voti a favore, 14 contrari e 5 astenuti. A sostegno del progetto di legge d’iniziativa popolare sulle procedure di assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito si sono espressi la Lega (a eccezione del capogruppo Barbisan), Forza Italia e il centrosinistra. Contrari FdI, Fn e Resistere. La legge che era stata rinviata in Commissione nella scorsa legislatura dopo il mancato via libera ai primi articoli è stata ripresentata in quella attuale e ha superato, con modifiche, il nuovo esame dell’assemblea legislativa. Gli emendamenti hanno tenuto conto dei rilievi della Corte costituzionale e di ulteriori proposte dell’esecutivo veneto.

Il presidente della Regione, Alberto Stefani, si è premurato di chiarire che la legge «non introduce il suicidio assistito», già previsto da sentenze della Consulta. « Nulla è più importante della dignità della vita umana, che va tutelata sempre e con tutti i mezzi necessari. Per questo, in accordo con tutte le forze di maggioranza, ho lavorato alla stesura e successiva approvazione di una serie di emendamenti che modificano sostanzialmente il testo della legge di iniziativa popolare nel senso del favor vitae e hanno permesso di approvarla ». Gli emendamenti prevedono l’introduzione del parere rafforzato del palliativista in seno alla Commissione che deve esprimersi sulle richieste di suicidio medicalmente assistito. L’istituzione di un Comitato bioetico regionale, nominato dalla Giunta, che darà le linee ai comitati bioetici di pratica clinica territoriale nel dirimere le valutazioni. La priorità alle cure palliative e obbligo di informazione della possibilità di avvalersene nel momento della richiesta di suicidio medicalmente assistito.

Di fatto, però, il suicidio assistito viene confermato. E proprio per questo da parte del Patriarcato – con parole rilanciate dalla Cei – «si esprime amarezza» poiché «in tal modo si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare a una deriva difficilmente controllabile». «La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata – aggiunge Moraglia –. C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole», cioè chi affronta «la vecchiaia e il suo epilogo non potendo contare su un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo ». E quanto alle motivazioni – «i cui margini di interpretazione soggettiva sono ampi» – il Patriarca sottolinea che «è evidente che di volta in volta le situazioni in cui sarà consentito intervenire col suicidio assistito tenderanno a moltiplicarsi. In alcuni dei sostenitori della legge essa è intesa come l'inizio di un processo ampliabile. E così si rischia di aprire a un soggettivismo interpretativo per cui è logico domandarsi quali saranno i criteri effettivamente utilizzati per definire e valutare oggettivamente, di volta in volta, una sofferenza come insopportabile». Moraglia evidenzia che col voto «non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato». E aggiunge che «l'impegno ora è di promuovere di più e meglio una cultura di prossimità, specialmente nei momenti in cui la vita diventa difficile e fortemente compromessa». Inoltre, «l’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore». Moraglia conclude esprimendo «l'auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari». Il presidente del Consiglio regionale Luca Zaia afferma, come Stefani, che la legge «non introduce il fine vita né un nuovo diritto» ma organizza le procedure nel perimetro tracciato dalla Consulta. Il capogruppo della Lega Riccardo Barbisan ha votato in difformità ai colleghi di partito, «seguendo la mia coscienza». Claudio Borgia, presidente del gruppo di FdI, gli ha dato atto del «coraggio dimostrato»: «La nostra contrarietà è politica, culturale e di principio – ha aggiunto –: davanti alla sofferenza e alla fragilità la prima risposta delle istituzioni dev’essere quella della cura, dell’assistenza e dell’accompagnamento». Per Giovanni Manildo, portavoce del centrosinistra, «oggi il Veneto compie un fondamentale, storico passo in avanti verso una comunità più democratica, umana e attenta ai diritti di ogni singola persona».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Luca Zaia e Alberto Stefani durante le operazioni di voto della legge veneta per il fine vita/ Ansa

SHARE Share Button Share Button SHARE