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Oltre tutti gli stereotipi Cresce l’impegno sociale dei figli degli immigrati

MAURIZIO

AMBROSINI

L’82% degli intervistati dice che voterebbe se ne avesse l’opportunità. Il 47% è impegnato in associazioni e il 58% in esperienze sociali non strutturate. Più di uno su tre fa volontariato

L’andamento della partecipazione al voto per il referendum costituzionale sul sistema giudiziario ha prodotto un’imprevista smentita dell’asserito disinteresse dei giovani per la vita politica. Abbiamo scoperto che i giovani desiderano partecipare, ma a modo loro, non sempre nelle modalità istituzionali: si muovono tra le piazze e le urne, a seconda dei casi, delle poste in gioco, dell’offerta politica disponibile.

Nel complesso gioco dei rapporti tra i giovani e la politica, c’è un segmento di potenziali nuovi cittadini destinato a crescere d’importanza, lo si voglia o no: quello dei giovani di origine immigrata. Stanno acquisendo il diritto di voto in misura sempre maggiore, ma già esprimono in vari ambiti diverse forme di quella che può essere definita “cittadinanza vissuta”: nell’associazionismo, nei movimenti sociali, nel volontariato, nelle attività artistiche, letterarie e musicali.

Queste esperienze di partecipazione dal basso, tra arena politica e società civile, sono state oggetto di una ricerca promossa dalla Caritas italiana e realizzata dal Centro studi Medì di Genova, con il supporto di un gruppo di ricercatori dell’università di Milano. L’indagine si è focalizzata sui giovani istruiti, sia in possesso della cittadinanza, sia ancora in attesa: è un’avanguardia che sta facendosi strada nel sistema educativo e in parte ormai nel mondo del lavoro, nonostante le difficoltà di partenza. L’ipotesi era che lì fossero più diffusi e visibili i germogli del futuro: tra questi giovani cresciuti in contesti marginali, che hanno saputo trasformare le discriminazioni subite in un incentivo per impegnarsi a promuovere un avanzamento delle frontiere dell’inclusione sociale. Sono stati raccolti 416 questionari su base nazionale e realizzate 40 interviste in profondità a giovani particolarmente impegnati, tra cui 25 a consiglieri comunali o altri eletti a cariche pubbliche. Un primo dato significativo riguarda il desiderio di partecipazione politica: l’82% se ne avesse l’opportunità andrebbe a votare. Si potrebbe forse chiosare: non c’è come essere privati di un diritto per sentirne la mancanza. Inoltre, il 5% è stabilmente impegnato nell’ambito politico, il 26% si dichiara impegnato in qualche forma, il 48% si tiene al corrente delle questioni politiche pur non essendo personalmente coinvolto.

L’indagine mostra poi la coesistenza e l’integrazione tra diverse forme di partecipazione. Quasi la metà degli intervistati (47%) partecipa con una certa frequenza, in modo più continuativo (21%) o in modo più saltuario (26%) a qualche tipo di gruppo o associazione. Si tratta prevalentemente di realtà di tipo culturale o legate alla difesa dei diritti umani, seguite da gruppi specificatamente dediti a temi politici. Ancora maggiore la percentuale (58%) di chi si è impegnato in esperienze di partecipazione sociale non strutturate, ossia non mediate da associazioni o altri soggetti organizzati. Il 42%, inoltre, si è dedicato a qualche forma di partecipazione transnazionale, anche se sporadica, come l’adesione a manifestazioni per la pace (ricordiamo nel 2025 le mobilitazioni pro-Pal) o l’invio di aiuti verso Paesi terzi, in cui sono particolarmente coinvolti i giovani nati all’estero e presumibilmente più legati ai luoghi di origine. È consistente anche la partecipazione a forme di volontariato, in una stagione in cui questa forma d’impegno civico sembra meno attrattiva per le giovani generazioni: il 35% vi prende parte, di cui il 18% in forme continuative.

La partecipazione al volontariato viene a volte vista come alternativa all’azione politica. Nelle interviste in profondità appare invece propedeutica e sinergica con la partecipazione politica: contribuisce a sviluppare competenze, ad accrescere il capitale sociale e la credibilità personale dei giovani, ad accrescere la consapevolezza dei problemi e delle ingiustizie sottostanti. La candidatura e l’elezione nelle istituzioni locali, per il gruppo che ha scelto questa strada, rappresentano il coronamento di una carriera d’impegno sociale, aperta a nuovi traguardi. L’ingresso nella sfera politico-istituzionale è visto come un rafforzamento dell’impegno sociale, come una strada privilegiata per “avere voce” e introdurre “uno sguardo nuovo” nelle sedi delle decisioni pubbliche. I confini tra volontariato, animazione culturale, attivismo sociale, impegno politico, sono dunque spesso fluidi, attraversati, reinterpretati.

La democrazia si rinnova e guadagna vitalità allargando i confini per includere nuove componenti sociali, in precedenza escluse o marginali. Così è avvenuto per gli operai, le classi popolari, le donne. Oggi, in tempi difficili per la fiducia nelle istituzioni democratiche, l’apporto dei giovani che vengono dai margini della società, in quanto figli di popolazioni immigrate sotto-rappresentate e sotto-tutelate, potrà dare nuova linfa a un sistema democratico bisognoso di rinnovamento. Come suggerisce il titolo della ricerca, a volte il protagonismo cresce dai margini.

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