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Il cristianesimo, la società aperta e i suoi traditori

FLAVIO FELICE

Le parole del presidente degli Stati Uniti Donald Trump su papa Leone esprimono una rottura con uno dei tratti della civiltà politica occidentale: l’intreccio tra sfera politica e sfera religiosa. Due sono i paradigmi che contraddistinguono lo sviluppo della modernità politica occidentale: il “regime di laicità”, che esclude la discussione religiosa dalla piazza pubblica e il regime di “libertà religiosa”, che invece ne esalta la reciproca interferenza. Le parole scomposte di Trump sono un tradimento di uno dei valori fondanti della civiltà occidentale: la libertà religiosa, a favore di un’idea di Occidente e di modernità politica che il sociologo statunitense Richard John Neuhaus ha stigmatizzato con l’espressione “ naked public square ”: uno spazio pubblico all’ingresso del quale è posto un gigantesco divieto d’accesso all’argomento religioso, dove vale il primato della politica. A partire da questa considerazione, ecco alcuni spunti sul rapporto tra politica e cristianesimo, mettendo in luce i limiti del “primato della politica” e il ruolo rivoluzionario svolto dal cristianesimo nella storia del pensiero politico occidentale. Tra gli altri, è stato Jean-Jacques Rousseau a ritenere che la politica sia la sfera dominante capace di plasmare la natura di un popolo. Questa visione tende a concepire la società come un’unità monistica in cui la coscienza individuale è subordinata alla volontà generale. A tale prospettiva si contrappone una visione plurarchica, sostenuta da pensatori come Luigi Sturzo, secondo cui la società è composta da molteplici sfere autonome, tutte dotate di pari dignità. In questo quadro, nessuna autorità può pretendere un potere assoluto, e la divisione delle sfere serve a prevenire abusi e derive totalitarie. La politica, quindi, non è onnipotente né autosufficiente, ma necessita di limiti giuridici, etici e culturali. Il cristianesimo introduce una cesura storica fondamentale proprio perché rompe con la concezione antica del potere politico come sacro e assoluto. Secondo Guglielmo Ferrero, le civiltà antiche erano caratterizzate dallo “spirito faraonico”, che divinizzava l’autorità politica rendendola incontestabile. Il cristianesimo, invece, distingue nettamente tra umano e divino: solo Dio è perfetto, mentre ogni istituzione umana è limitata e relativa. Tre sono le principali innovazioni introdotte dal cristianesimo. In primo luogo, il valore unico della persona, libera di aderire o meno alla fede. In secondo luogo, la proposta di un messaggio universale, rivolto a tutti senza distinzione sociale o etnica, dando vita a una comunità religiosa autonoma rispetto alle strutture politiche. Infine, il porre la persona al centro della vita sociale, trasformando le istituzioni in mezzi e non fini: lo Stato perde il suo carattere assoluto. Questa rivoluzione ha importanti conseguenze politiche: desacralizza il potere, ne relativizza l’autorità e introduce il principio secondo cui la coscienza personale è superiore all’autorità politica. Il celebre insegnamento evangelico “rendere a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” segna il primato della coscienza, limitando le pretese dello Stato.

Nei primi secoli, i cristiani incarnano questa visione opponendosi al culto imperiale non con la violenza, bensì con la testimonianza e il martirio. Autori come Tertulliano e Lattanzio difendono la libertà religiosa come diritto fondamentale, affermando che la fede non può essere imposta. Questo atteggiamento contribuisce a definire un nuovo rapporto con l’autorità: l’autorità politica è riconosciuta, ma non è assoluta né può invadere la sfera della coscienza. Si sviluppa così un dualismo tra potere politico e autorità religiosa, analizzato anche da Lord Acton, secondo cui il conflitto tra Chiesa e autorità politica ha favorito la nascita della libertà civile in Europa. Nessuna delle due istituzioni riesce a imporsi totalmente sull’altra, e proprio questa tensione genera uno spazio di libertà. Nel tempo, il cristianesimo ha contribuito a trasformare profondamente la società: ha indebolito la giustificazione etica della schiavitù, dell’assolutismo e delle disuguaglianze, e ha promosso una visione più umana delle istituzioni. La Chiesa è emersa come un’autorità autonoma che pone limiti all’autorità politica e difende la dignità della persona. In breve, il cristianesimo ha introdotto un principio decisivo nella storia occidentale: la relativizzazione del potere politico. Lo Stato non è un fine assoluto, ma uno strumento tra gli altri. La coscienza individuale diventa il criterio ultimo di giudizio, e nessuna autorità può sostituirsi a essa. Questo processo ha posto le basi per lo sviluppo delle istituzioni liberali e democratiche, fondando l’idea moderna di libertà e limitando ogni pretesa di dominio totale della politica. Ed è per questa ragione che le parole di Trump non sono solo semplici sgrammaticature diplomatiche, derubricabili in rozzezza politica, sono un autentico tradimento delle fondamenta della società aperta.

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