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Abusi, cultura del predominio maschile Così la teologia “disinnesca” la violenza

LUCIANO

MOIA

Nell’ambito dei percorsi di studio per la licenza, alla Facoltà teologica del Triveneto viene proposto un corso di approfondimento sul tema dei soprusi nelle relazioni «Una riflessione che non può mancare nella pastorale»

Teologia in prima linea per diffondere e radicare una nuova cultura anti-abusi. L’impegno a tutto campo della Chiesa italiana per comprendere e arginare uno dei fenomeni più odiosi e detestabili in ambito ecclesiale, e non solo, sta contaminando positivamente anche gli studi teologici. Dal prossimo anno accademico, infatti, la Facoltà teologica del Triveneto, che ha sede a Padova, proporrà un corso specifico nell’ambito del ciclo di licenza in teologia pastorale. Iniziativa che si inserisce nell’impegno a tutto campo della stessa Facoltà che in questi giorni ha invitato docenti, studenti e tutti gli altri dipendenti a seguire un corso sul safeguarding promosso dalla Pontificia Università Gregoriana. Nel prossimo anno accademico verrà poi avviato un corso dal titolo “L’autore di violenza nelle relazioni intime”, aperto a chiunque sia interessato. Il percorso sarà tenuto da Brian Vanzo, docente Iusve (Istituto universitario salesiano di Venezia), dove insegna psicologia del perdono, psicoanalisi e letteratura, fondamenti teologici per la vulnerabilità e che, soprattutto, ormai da 15 anni, si occupa degli studi relativi alla violenza maschile. Il corso intende proporre un’analisi integrata del fenomeno, articolata in quattro assi principali: cultura, istituzioni, profili clinico-forensi e trattamento.

La prima parte affronta le radici culturali della violenza maschile nelle relazioni intime, con particolare attenzione alla costruzione sociale della maschilità, alle dinamiche di potere e al controllo coercitivo, evidenziando come norme simboliche e modelli relazionali contribuiscano alla legittimazione del dominio. L’idea di fondo è che la ripetizione insistita dei modelli maschili della tradizione abbia finito per giustificare e rendere scontato il predominio sul femminile.

«Intendiamo leggere la questione non solo con le categorie sociologiche – spiega Vanzo – ma vorremmo andare più in profondità. La stessa filosofia per esempio, si è sempre qualificata con il sapere del maschio. Un approccio che, tra l’altro, ha escluso dall’identità maschile il valore della generatività». Una prerogativa che andrebbe invece recuperata per alleggerire dalla carica identitaria maschile la tensione malsana verso il potere. Si tratta insomma si costruire una nuova stagione di consapevolezza che Vanzo definisce postpatriarcato. Sul tema ha anche scritto un saggio intitolato proprio “Verso il post-patriarcato. Conversazioni con un maschio qualunque, (Tab edizioni). Obiettivo, quello di spezzare la logica per cui c’è sempre qualcuno che eroga la verità (l’uomo) e qualcuno che la deve subire (la donna). «È il tentativo di uscire dalla logica di una certa identità maschile, cioè da quelle definizioni di sé – sottolinea il docente – che danno solo certezze. Attenzione, non siamo ancora usciti dal patriarcato, siamo in una terra di mezzo in cui è cresciuta la consapevolezza, soprattutto da parte delle nuove generazioni, ma facciamo fatica a vedere il futuro, anche se tante sensibilità, vanno in quella direzione». L’espressione più manifesta del patriarcato è appunto la violenza di genere. Proporre strumenti culturali per comprendere come si siano radicate queste strutture di potere significa anche porre le premesse per disarmare la violenza e fare in modo che i maschi non si sentano più implicitamente autorizzati a farvi ricorso. La sub-cultura della violenza perpetrata sui minori ha a sua volta una forte connessione con il predominio maschile. Basti pensare alla violenza assistita, quando cioè un minore è costretto ad assistere a episodi di gravi maltrattamenti subiti dalla madre da parte del padre. Diverso invece il profilo del sex offender che si alimenta anche di varie patologie psicologiche, ma la cui radice culturale è la stessa. Il maschio predominante, il padre-padrone, ma anche l’uomo che esercita in suo potere in modo abusante e che è sempre pronto a giustificare i suoi interventi coercitivi sia sul piano del controllo delle coscienze, sia su quello dei corpi. La seconda parte colloca il fenomeno nel quadro della governance internazionale, analizzando gli strumenti sovranazionali promossi dalle Nazioni Unite e dal Consiglio d’Europa, nonché le ricadute nel sistema giuridico nazionale.

La terza parte approfondisce l’identità dell’autore sotto il profilo clinico e criminologico, incrociando le teorie dell’attaccamento e la dimensione traumatica: violenza assistita, vittimizzazione infantile, trauma del perpetratore. L’analisi distingue tra comprensione psicologica e responsabilità giuridica, integrando strumenti di valutazione del rischio. La quarta parte è dedicata ai modelli di trattamento, dai programmi psicoeducativi agli approcci cognitivo-comportamentali e trauma-informed, con particolare attenzione alla responsabilizzazione e alla tutela della vittima. Il corso integra teoria e analisi di casi offrendo un quadro esaustivo per riconoscere le dinamiche della violenza maschile anche nei contesti pastorali. «Riconoscere le dinamiche relazionali tra i generi – conclude Brian Vanzo – è una competenza spendibile anche in ambito pastorale, importante per l’esercizio dell’ascolto in una prospettiva di sinodalità. Quindi direi indispensabile e urgente per tutti».

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L’Istituto con sede a Padova ha di recente invitato docenti, studenti e dipendenti a seguire anche lezioni sul safeguarding

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