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I cristiani nell’arena pubblica: pienamente cittadini, e con ragione

FLAVIO

FELICE

«Il muro bianco nelle aule scolastiche o il dress code uniforme sui luoghi di lavoro non esprimono affatto una opzione “neutrale”, ma la scelta di uno spazio senza religione». Sono queste le parole della presidente emerita della Corte Costituzionale Marta Cartabia, con le quali introduce la nuova edizione del libro del costituzionalista Joseph H. H. Weiler, già rettore dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze. Ci riferiamo al volume Un’Europa cristiana? (2003), ora riproposto e ampliato per il pubblico italiano con il titolo L’Europa è ancora cristiana? (Bur Saggi, pagine 254, euro 13,00). Nelle parole della Cartabia ritroviamo il senso più autentico che, almeno agli occhi di chi scrive, sembra innervare il lavoro del giurista americano. La consapevolezza, tutt’altro che diffusa, che “laicità” non significa necessariamente libertà, così come “religiosità” non significa necessariamente costrizione.

L’assunto da cui prende il via l’analisi di Weiler è che la religione maggioritaria in Europa non sia di certo il cristianesimo, semmai sarebbe il secolarismo. Si potrebbe obiettare che il secolarismo non sia una religione, ma si dà il caso che esso abbia assunto i caratteri tipici dell’ideologia: una forma rigida ed escludente di guardare il mondo. Ed ecco, dunque, l’interrogativo: «Può esistere un’Europa cristiana?». In breve, è ipotizzabile un’Europa non più cristiana? A quest’ultima domanda Weiler risponde decisamente in maniera positiva, nel senso che un’Europa non cristiana è la storia dell’Europa contemporanea, ne consegue che la domanda fondamentale, tra le tante che potremmo porre sul tema, rimane: «Quale ruolo e quale strategia i cristiani dovrebbero giocare e adottare di fronte a questa realtà?».

È qui che subentra un enorme problema di carattere squisitamente politico. Se un socialista ha tutto il diritto di implementare politicamente la sua visione del mondo, una volta assunta la legittimazione popolare in seguito a libere elezioni, perché mai a un cristiano dovrebbe essere negato lo stesso diritto? Al problema politico si aggiungerebbe un secondo problema, di natura più propriamente filosofico-politica, di matrice rawlsiana. Perché mai i cristiani dovrebbero rivendicare il loro diritto di contare nella costruzione della decisione pubblica, all’interno dell’arena democratica, se la loro visione del mondo è impregnata di verità non negoziabili? In fondo, il metodo democratico disegna i confini della piazza pubblica dove si discute a partire da posizioni tutte negoziabili. A queste due sfide Weiler replica riproponendo le risposte deducibili seguendo le orme del Magistero sociale di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Con particolare riferimento a papa Ratzinger, Weiler rinvia ai discorsi di Ratisbona e di Monaco di Baviera; personalmente aggiungerei anche il discorso tenuto alle autorità civili presso Westminster.

Alla prima sfida politica, Weiler risponde tentando di risolvere la seconda sfida di natura filosofico-politica. Benedetto XVI, afferma l’autore, non rifiuta la premessa di Rawls in ordine al metodo democratico: il discorso democratico si costruisce sulla base del riconoscimento reciproco che trascende le divisioni ideologiche irrisolvibili. Ciò che Ratzinger, e con lui Weiler, contesta della sfida di Rawls non è il riconoscimento del metodo critico alla base del discorso democratico, quanto l’idea che Rawls nutre del cristianesimo, ritenuto incompatibile con il metodo critico. Per Ratzinger e per Weiler, quando il cristiano entra nella piazza pubblica e rivendica il proprio ruolo attivo nel discorso democratico, non lo fa in nome della rivelazione, ma, in conformità con il dato antropologico, secondo cui la persona è dotata della facoltà della ragione, sarà proprio la ragione pratica l’ambito nel quale si collocherà anche il contenuto della domanda cristiana nell’arena pubblica.

Il che comporta che l’agire politico, per il cristiano attento alla dottrina sociale della Chiesa, non potrà mai essere confuso con alcuna forma di imposizione e di negazione tanto della libertà di religione quanto della libertà dalla religione; scrive Weiler, la “nuova” e la “vecchia” alleanza celebrano due sovranità: la sovranità dell’offerta divina e quella degli individui a cui viene offerta, ma assumerà la forma della «via istituzionale della carità», per usare una tanto profonda quanto poco approfondita definizione di politica offertaci proprio da papa Benedetto XVI in Caritas in veritate e che legittima il cristianesimo a candidarsi come una delle possibili vie che conducono al liberalismo politico.

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Tornano, ampliate, le tesi sull’Europa del costituzionalista americano Weiler Il quale supera le obiezioni filosofiche di Rawls con Benedetto XVI

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