La fede che pensa: diventare umani leggendo il Vangelo
LUCIANO
MANICARDI
Una lettura dei vangeli guidata dalla domanda sulla pratica dell’umano da parte di Gesù, su che uomo sia Gesù e come declini quell’umano che abita in lui come in ognuno di noi, e accompagnata dal confronto fra sé, la propria maniera di vivere e “la parola” evangelica, possa immettere in quel processo trasformativo che è proprio della vita spirituale cristiana: diventare umani seguendo Gesù. Con Herder possiamo affermare che occorre «leggere umanamente» quelle Scritture che sono specchio dell’umano, ma specchio trasformativo: «il migliore studio teologico è studio della Bibbia, e il miglior modo di leggere questo libro divino è leggerlo umanamente». Emerge così una dimensione a cui forse si presta poca attenzione a livello pastorale ed ecclesiale: la qualità umana del credente (che, ovviamente, comprende anche e in prima battuta, presbiteri e vescovi, religiosi e monaci, chiunque detenga autorità negli spazi ecclesiali). Certo, non basta una modalità di lettura del testo biblico ma occorre molto altro, e anzitutto la qualità della vita ecclesiale, che è qualità relazionale. Lo spazio ecclesiale è luogo di apprendimento, esercizio, correzione, cambiamento di sé seguendo Gesù ed esponendosi al quotidiano esercizio dell’incontro con l’altro. Per questo è urgente per la chiesa oggi assumere come propria priorità la formazione. Formazione nel senso di iniziazione all’arte della vita spirituale e formazione umana. Con la non periferica annotazione che prima di essere qualcosa da esercitare verso altri è anzitutto ciò di cui ogni credente e ogni presbitero e ogni vescovo e chiunque eserciti responsabilità all’interno della vita ecclesiale e religiosa e monastica ha bisogno. Ovviamente, al cuore dell’introduzione alla vita spirituale si trova l’iniziazione alla conoscenza delle Scritture perché «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» e, tra le Scritture, massimamente i vangeli, «in quanto sono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore» (DV 18). I cristiani fondano la loro identità di fede su Gesù, centro dei vangeli e culmine della rivelazione. Quindi, e in modo concomitante, formazione umana: imparare e insegnare a pensare, perché pregare implica il pensare la vita davanti a Dio. Agostino è lapidario sull’essenzialità del pensare per pregare: «Chi non vedrebbe che il pensare precede il credere? […] È necessario che le cose che si credono siano credute per il precedente intervento del pensiero […] Chiunque crede, pensa, pensa con il credere e crede con il pensare […] la fede, se non è pensata, non è nulla ( fides, si non cogitetur, nulla est) ». La formazione umana comporta l’introdurre all’arte dell’ascolto e delle relazioni, perché solo così si arriverà ad amare. Richiede l’iniziazione alla vita interiore e alla conoscenza di sé e comporta di aiutare i processi di riconoscimento e gestione delle emozioni per non farsene dominare. Anche qui l’insegnamento di Agostino è prezioso. Si tratta di considerare le emozioni come sintomi, di ascoltarle per imparare che cosa dicono di noi: «Nell’insegnamento cristiano non si chiede tanto se l’animo va in collera, ma perché va in collera, non se è triste, ma per quale motivo è triste, non se teme, ma che cosa teme». La comunità cristiana sia dunque luogo di trasmissione di un sapere pratico, teso alla vita: si deve fare unità tra umano e spirituale per non separare ciò che Dio ha unito. La conversione pastorale richiesta più volte da papa Francesco non può che divenire svolta catechetico-pastorale che abbia come priorità la formazione della persona. L’umanesimo che sgorga dal vangelo punta a una formazione integrata della persona umana. Questo ha in mente EG 14 quando chiede che la pastorale si orienti «alla crescita dei credenti, in modo che rispondano sempre meglio con tutta la loro vita all’amore di Dio» (corsivo nostro). «Tutta la loro vita». Perché la vita spirituale abbraccia appunto tutta la vita. E tutte le vite, ogni vita. E ogni persona onorerà la propria unicità declinando in modo peculiare la parola e la prassi di Gesù traducendole nella propria quotidiana esistenza secondo ciò che lo Spirito suggerirà alla propria particolare creaturalità. Al cui cuore vi è l’umano, luogo di intersezione della fede, dimora comune di Gesù e di ciascun essere umano. L’umano, la “semplice uma-nità”, come si espresse il Patriarca Ecumenico Atenagora: «Forse ai Padri è sfuggito qualcosa: l’umanità così semplice di Gesù. Ripensiamo al vangelo di Marta e di Maria: “Ora, Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro”. Gli piaceva andarsi a riposare presso i suoi amici. Ha voluto rivederli prima della sua Passione. Andando incontro alla croce volontariamente, per lottare e vincere in un dramma cosmico – di ciò i Padri hanno parlato in modo stupendo –, persino allora, proprio allora, ha sentito il bisogno di fermarsi fra i suoi amici, di gustare ancora una volta quell’amore umano». Dietrich Bonhoeffer declina così l’esperienza cristiana: « Essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo, fare qualcosa di se stessi (un peccatore, un penitente o un santo), in base ad una certa metodica, ma significa essere uomini; Cristo crea in noi non un tipo d’uomo, ma un uomo. Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo». Dunque: diventare cristiani? Diventare umani.
© RIPRODUZIONE RISERVATA Diceva Dietrich Bonhoeffer in “Resistenza e resa”: «Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo»