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LA CARITÀ CHE RICUCE

PAOLA

MULLER

Agostino e l’unità ferita della Chiesa

Una parola torna con forza nel dibattito ecclesiale di quest’estate: unità. Il richiamo di papa Leone ai gruppi tradizionalisti di matrice lefebvriana, affinché non imboccassero la strada dello scisma, ha riproposto una domanda che attraversa tutta la storia della Chiesa: che cosa tiene davvero uniti i cristiani? È sufficiente condividere gli stessi riti? Basta professare la medesima dottrina?

Il Papa aveva scritto ai lefebvriani nel giorno di Pietro e Paolo. Non è una data casuale. La festa dei due santi racconta meglio di ogni altra come l’unità della Chiesa non nasca dall’uniformità dei caratteri ma dalla comunione nella verità: «Non potevano essere più diversi – ha detto Leone XIV – eppure non erano avversari».

Nella lettera ha usato un’immagine antica, quella della tunica inconsutile di Cristo, per dire che lacerarla è «un peccato di estrema gravità». Un’immagine che attraversa la tradizione patristica latina e che Agostino traduce in teologia.

È una tentazione che attraversa tutta la storia della Chiesa e riaffiora ogni volta che una parte della Chiesa pretende di identificarsi con il tutto. Per oltre vent’anni Agostino dovette confrontarsi con il donatismo, uno scisma che aveva lacerato il cristianesimo nordafricano e che pretendeva di identificare la vera Chiesa con una comunità di “puri”, separata da quanti riteneva infedeli o moralmente indegni. Da quella lunga controversia nasce una delle più profonde ecclesiologie della tradizione cristiana.

Lo scisma, per Agostino, non è una semplice divergenza. È una ferita inferta al corpo stesso di Cristo. Arriva a definirlo un crimine e un sacrilegio, perché germoglia quasi sempre dall’orgoglio di chi antepone il proprio giudizio alla comunione ecclesiale.

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Paola Muller

Dalla prima pagina

P er lui la divisione è persino più devastante delle persecuzioni esterne: lo scisma lacera la Chiesa dall’interno. Per Agostino, la verità non divide la comunione: la custodisce. Eppure, Agostino non è un teorico dell’uniformità. Sa bene che nella Chiesa convivono santi e peccatori. Le immagini evangeliche del grano e della zizzania, della rete che raccoglie pesci buoni e cattivi, diventano, nelle sue mani, una lezione permanente. Pretendere una Chiesa composta soltanto da perfetti significa dimenticare il Vangelo stesso. «I buoni possono sopportare i cattivi senza riceverne danno spirituale» (Contro la lettera di Parmeniano, 2.11.25), ripete contro i donatisti. La purezza rivendicata attraverso la separazione, per Agostino, è sempre un’illusione: la vera santità della Chiesa non dipende dalla sua omogeneità, ma dalla carità che tiene insieme ciò che è diverso. È qui che la sua teologia tocca il cuore del problema, ieri come oggi. Per Agostino l’unità della Chiesa non è un fatto organizzativo ma qualcosa di interiore: è lo Spirito Santo stesso, lo stesso vincolo d’amore che unisce il Padre e il Figlio, a rendere i cristiani «un cuor solo e un’anima sola», come recita l’inizio della sua Regola. L’unità non è un semplice vincolo esteriore: appartiene alla vita stessa della Chiesa.

Da qui discende una conseguenza decisiva: si può avere validamente il battesimo di Cristo e tuttavia non possedere lo Spirito, se manca l’amore per l’unità: «Non hanno la carità di Dio coloro che non amano l’unità della Chiesa» (Sul Battesimo, 3.16.21). Un sacramento resta vero – Agostino lo ribadisce contro i donatisti che ribattezzavano i convertiti – ma è fecondo solo nella comunione: «Altro è non avere il battesimo, altro non averlo utilmente » (4.17.24). È lo stesso principio, in fondo, che la lettera di Leone XIV ricorda ai lefebvriani, avvertendoli che l’atto scismatico comprometterebbe la possibilità di ricevere lecitamente e, in alcuni casi, persino validamente, i sacramenti che pure amano.

C’è infine un ulteriore tratto agostiniano nella vicenda dei lefreviani: la pazienza del pastore che non smette di supplicare anche quando la rottura sembra già compiuta. Dopo la Conferenza di Cartagine del 411, che aveva dato ragione ai cattolici contro i donatisti, Agostino non si limita a rivendicare la vittoria: si rivolge agli sconfitti con parole che suonano attuali: « Perché, dunque, fuggite ancora l’unità? Perché offendete ancora la carità? Non c’è che un solo Dio che ci ha creati, un solo Cristo che ci ha redenti, un solo Spirito che deve riunirci» (Ai Donatisti dopo la conferenza, 35.58). È lo stesso atteggiamento pastorale, insieme fermo e addolorato, con cui Leone XIV ha scritto ai lefebvriani prima di Écône: nessuna concessione sulla dottrina, ma la porta lasciata aperta fino all’ultimo, perché – come ricorda Agostino – anche chi oggi si allontana resta un fratello a cui tendere la mano e mai un nemico da respingere per sempre.

Non è casuale che Agostino veda nell’Eucaristia il luogo in cui questa unità diventa visibile. «Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete» (Discorso 272, 1), dice ai fedeli. Il pane eucaristico non unisce soltanto il singolo a Cristo: edifica un popolo. Per questo l’unità della Chiesa non nasce dall’assenza di ferite, ma dalla pazienza della carità che continua a ricucirle. Custodire la tunica di Cristo significa custodire questo legame, fragile agli occhi degli uomini, ma più forte di ogni divisione.

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