La resistenza di “Novaya Gazeta” e la macchina della repressione
UN GIORNALISTA È AGLI ARRESTI, UN ARTISTA DISSIDENTE SI È TOLTO LA VITA
RAFFAELLA CHIODO KARPINSKY
La settimana scorsa cadeva l’anniversario della fondazione della “Novaya Gazeta”. Il giornale indipendente nato all’insegna dei Nobel per la Pace per il fatto che il suo fondatore, Dmitri Muratov, è stato insignito del premio nel 2021 e perché Mikhail Gorbacev, destinò le risorse del premio per contribuire alla sua creazione. Fu un investimento politico sulla libertà d’informazione in cui il leader della Perestrojka credeva. Aveva in mente la prospettiva di una Russia moderna e aperta, portatrice di dialogo e disarmo nello scenario mondiale.
Tutto il contrario di quanto nei decenni successivi si è andando affermando. Il ritiro della licenza dopo l’aggressione all’Ucraina, poi l’aggressione a Muratov e quella più violenta alla collega Yelena Milashina, la minaccia di morte a Yelena Kostyuchenko. Ora l’arresto di Oleg Roldugin, collaboratore del giornale, come anello di questa una lunga catena di attacchi per colpire la resistenza della testata. Nel comunicato, il direttore Sokolov scrive: «Qualunque sia l’accusa che verrà mossa o meno contro Oleg Roldugin, è molto probabile che sia legata alla sua attività giornalistica, durante la quale ha portato all’attenzione del pubblico informazioni riguardanti la sfacciata corruzione di alti funzionari e membri delle forze di sicurezza. Il brutale arresto di Oleg e la perquisizione della sua redazione, possiamo presumere, miravano, tra le altre cose, a costringere ‘Novaya Gazeta’ a sospendere le proprie attività. Ma noi continuiamo a lavorare». Si tratta dunque di una minaccia a lui e alla ‘Novaya Gazeta’ che insiste a fare informazione trovando tutte le alternative possibili per rimanere in contatto con i suoi lettori. A differenza dei tempi dell’Urss, oggi c’è la Rete che infatti il regime cerca di oscurare.
L’uso della Vpn è stato l’escamotage di cui si sono dotati milioni di russi per continuare a informarsi e anche per seguire le serie sulle piattaforme straniere di intrattenimento. Una decisione che ha portato in carcere tante persone è stata quella di perseguire chi posta notizie sugli effetti delle bombe sui civili e sulle infrastrutture in Ucraina. In Russia chi si occupa di diritti umani ed è contro la guerra è considerato criminale e traditore della patria come i membri dell’Ong Memorial, fondata dal premio Nobel per la Pace Andrej Sakharov e dalla settimana scorsa bollata come «organizzazione estremista». Condividere in una chat un articolo con l’immagine del logo dell’associazione, equivale a complicità con un’organizzazione estremista ed è reato. Le chat diventano spesso lo strumento per essere adescati e poi perseguiti. La fiducia anche quando credi di essere fra amici che la pensano come te è “fortemente sconsigliata”. Parlare in codice è ormai una consuetudine.
Uno scenario che non stupisce più, visto l’elenco di persone condannate per un post. La macchina della repressione continua ad agire per soffocare il dissenso contando anche sulla distrazione e l’indifferenza che si registrano in Occidente, anche nel suo mondo solidale e dei diritti umani.
Ieri il media indipendente “Meduza” ha riportato un’altra tragica notizia: il pittore Andrej Akuzin arrestato il 2 aprile per un commento in un social nel 2025 si è tolto la vita. Secondo i suoi amici Andrej diceva che «l’unica libertà che ci è rimasta è il suicidio».
Eppure per Andrej, come fu per il pianista Pavel Kushnir morto in cella due anni, sapere di non essere solo e nel dimenticatoio del mondo avrebbe avuto voluto dire molto. Forse tutto.
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